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Stelle e costellazioni in sardo

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Tutti i popoli, da sempre, hanno alzato gli occhi al cielo affascinati dallo spettacolo cosmico. Anche i nostri avi hanno fatto lo stesso, battezzando le stelle e le costellazioni a modo loro: "a sa sarda".

La passione per l’astronomia non poteva non incontrare quella per la cultura sarda. Da qui è nata la curiosità di conoscere come i sardi chiamassero anticamente le stelle e le varie costellazioni. Questa voglia di conoscenza è stata accuita, durante l’ultimo evento di osservazione astronomica al telescopio, dalla domanda alla quale non ho potuto dare una risposta esauriente: come si chiamano in sardo le costellazioni?

Come tutti i popoli del mondo, anche gli antichi sardi, volgevano gli occhi al cielo per cercare di capirne i misteri. Numerosi i siti archeologici in Sardegna lo dimostrano: le entrate dei nuraghi sono quasi per la totalità orientate ad est, il Nuraghe Iloi, tanto caro a noi sedilesi, ha un lato orientato tra est ed ovest che si allinea perfettamente col punto in cui tramonta e sorge il sole durante il solstizio d’estate e quello invernale.

Partento da queste considerazioni non è pensabile che i sardi, in tempi più recenti, non osservassero incuriositi il cielo. Il pensiero va subito ai pastori che tanto tempo fa passavano gran parte della loro vita in campagna, all’aperto anche la notte. Il buio cielo stellato non passava di certo in secondo piano e scandiva con precisione il susseguirsi delle stagioni.

Iniziamo con i vocaboli che riguardano la nostra stella: il Sole. Abbiamo s’arbeschida (l’alba), su mesu die (mezzodì) o punta ‘e sole, quando il Sole culmina nel cielo. S’orta 'e die è il pomeriggio, quando il giorno volge verso il tramonto, s’iscurigada.

Anche la Luna ha i suoi nomi, in base alle fasi troviamo: sa Luna noa, sa Luna creschinde, su primu cuartu, sa mesa luna e su tertzu cuartu che precede sa Luna cumpria o Luna prena alla quale segue la Luna calante chiamata Luna fininde.

Al tramonto possiamo trovare, a seconda del periodo, s’istella ‘e s’icurigada rappresentata da Venere o s’istella ‘e arbeschere rappresentata da Venere mattutina. Nel caso di Venere vespertina, all’alba s’istella ‘e arbeschere, potrebbe essere rappresentata da Sirio, nel cielo estivo, chiamta anche s'isteddu 'e atzarzu. Vicino a Sirio si trova la costellazione de su trubadore de sos bacheddos (Orione) e sas tres marias che sono le tre stelle che formano la cintura di Orione, mentre il cane maggiore del quale fa parte Sirio è chiamata su trubadore de sos bacheddos perchè è la costellazione che segue quella di Orione, quasi volesse condurla nel camino celeste come fa il pastore col proprio gregge. A seguire abbiamo su gajone, il cane minore.

Il nomi del mondo delle campagne abbondano anche in cielo: abbiamo su pinnetu (il Toro) che è anche su trubadore de s’udrone o su pinnetu. S’udrone è il grappolo d’uva celeste rappresentato dall’ammasso stellare delle Pleiadi. Abbiamo su achile (Auriga), sa mandra crabina (Corona Boreale), sa frache, la falche leonina nella costellazione del Leone, ben visibile nel cielo invernale.

Il grande carro (Orsa Maggiore) è chiamato sos sette frades, seguito da su trubadore de sos stette frades, rappresentato dal Dragone. Abbiamo su corru ‘e chervu (corno di cervo) nome col quale è chiamata la costellazione di Perseo.

Una costellazione che dovrebbe essere molto cara ai sedilesi è sa rughe de Santu Antinu, essa indica la costellazione del Cigno che ha la caratteristica forma a croce latina. La tradizione vorrebbe che fosse la croce apparsa in sogno all’imperatore Costantino prima della Battaglia di Ponte Milvio, combattuta contro Massenzio nel 312 D.C.

Durante l’anno non è difficile vedere sos isteddos tramudantes (le stelle cadenti) o, più raramente, sos isteddos coilongos (le comete) alle quali venivano attribuiti cattivi presagi. Sa loba o sos isteddos lobaos è il nome delle coppie di stelle (es. Mizar e Alcor) o la congiunzione di due astri luminosi.

In conclusione abbiamo s’andaina ‘e paza: la via lattea. Quella striscia biancastra di stelle che taglia in due il cielo notturno. S’andaina ‘e paza nella tradizione del nostro paese è quella striscia fatta con la paglia che univa le case di due innamorati e serviva per "annunciare" al paese, la nuova coppia; tale pratica veniva spesso usata anche come burla.

Per scrivere queste righe ho preso spunto dagli articoli del prof. Tonino Bussu di Ollolai che, grazie al suo almanacco intitolato "Il Sole, la Luna, le stelle", pubblicato settimanalmente su La Nuova Sardegna, mi ha permesso di raccontare il cielo dei nostri avi.

Tabella riepilogativa del cielo sardo

[06 settembre 2015]