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La lettera di Pierangela Carta

Antonio Frau, commenta gli ultimi avvenimenti accaduti a Sedilo ed introduce la lettera di Pierangela Carta, moglie di Salvatore Sedda, cavaliere morto durante l'Ardia il 6 luglio 2002.


Sono francamente disorientato dal susseguirsi, in questi ultimi giorni, di interventi in rete che giustificano, (quando non approvano, perfino!)quella umiliante sceneggiata posta in essere contro il parroco del nostro paese. Già, del nostro paese! Nella più banale delle considerazioni, quindi, un nostro concittadino, e potrebbe bastare; nella realtà (per chi ama parlare di identità comunitaria), una figura autorevole e di riferimento per la Comunità. E per l'Ardia. E questo anche a voler prescindere dalla persona che ricopre quel ruolo. Ma non credo che si possa prescindere dalla persona e dalle implicazioni umane, dal sentimento di profonda umiliazione che comporta, (per chi la subisce e anche per chi la pone in essere), un'offesa come quella perpretata nei suoi confronti. Gli effetti di un linciaggio morale possono essere talvolta più devastanti dell'azione violenta nei confronti di una persona. Per fortuna non è questo il caso, credo. Ma, appunto, non parliamone con toni superficiali.

A proposito di regole non scritte, di opportunità, di valori, mi permetto di allegare (se può essere pubblicata, come spunto per una riflessione) la lettera che Pierangela ha inviato ieri sera alla manifestazione di apertura di "Istìos, bellos istìos": la serata era dedicata alle donne dell'Ardia.

La lettera di Pierangela Carta



Sono nata a Sedilo 46 anni fa e, come per la maggior parte dei miei compaesanei, la festa di San Costantino è sempre stato un evento importantissimo nella mia vita. Durante gli anni della fanciullezza rappresentava il momento, unico nell’arco di un anno, in cui ricevevo in regalo un giocattolo scelto da me nelle bancarelle, e il momento era reso ancora più speciale dal fatto che fosse mio padre a farmi questo regalo. Altra cosa straordinaria erano le giostre, la gioia dei bambini.

Crescendo ho cominciato a capire che in questa festa c’era qualcosa di più importante e, anche se in modo vago, ho avuto questa sensazione nel 1972, quando le mie sorelle più grandi di me, al ritorno dall’Ardia, raccontarono con tristezza e spavento quel che era accaduto: è stato allora che ho realizzato che in questa festa c’era qualcosa a me ancora sconosciuta , qualcosa di molto importante. Credo, dall’anno successivo in poi, di non esser mai mancata all’appuntamento con l’Ardia sino a quest’ultimo decennio e l’ho sempre vissuta con un misto di emozioni che vanno dall’orgoglio alla paura, dall’amore (in senso lato) al sentimento di appartenenza, dalla forte tensione alla gioia, quando tutto finisce bene.

E’ per questo, a parer mio, che l’Ardia non può essere considerata un qualcosa esclusivamente maschile, perché ogni uomo ha almeno una donna: sua madre, e tutte le donne sedilesi soffrono, temono, gioiscono insieme ai "loro uomini" il sei e sette luglio. Così, quando mio marito è morto, oltre al dolore, mi sono sentita presa in giro, tradita da qualcosa in cui ho creduto per trenta anni della mia vita, qualcosa di cui, in un certo qual modo, mi ero fidata: la nostra bellissima festa si è trasformata nella peggiore tragedia che avessi mai potuto immaginare ed era impossibile tornare indietro, correggere o aggiustare. La morte è irreversibile.

Mio marito, Salvatore, non era un grande cavaliere, ma non era nemmeno una persona incosciente e certamente aveva voglia di continuare a vivere, non di morire. Eppure si è lasciato convincere dal sentimento che pervade probabilmente tutti i cavalieri che partecipano all’Ardia, non considerando minimamente l’eventualità di un incidente. Questo mi fa pensare che lui se ne sia andato a causa della mentalità contorta diffusa a Sedilo che vuole che si partecipi a qualsiasi costo, come se ci si sentisse invulnerabili! E questo mi spinge ad esortare le persone che amano l’Ardia affinchè rispettino ciò che impongono le regole legate alla sicurezza e comincino a riconoscere l’inestimabile valore della vita umana. Non credo che salvaguardare l’incolumità dei cavalieri, degli spettatori, dei cavalli corrisponda a rovinare l’Ardia o le tolga fascino, assolutamente no. Credo invece che la festa possa considerarsi tale solo quando tutti tornano a casa e riabbracciano moglie, figli, sorelle, amici… Basterebbe, per capire che cosa significa, sentire il pianto e la rabbia di un figlio di due anni e mezzo che vuole il padre... non può chiamarsi FESTA!

Pierangela Carta

[27 giugno 2010]